Junior
Ma anche un bambino
finale della puntata precedente
[Le schivate di Tyson seguite da un gancio devastante, il ripetuto angolo uno di Kuma Dog, inframezzato dallo spostamento dell’avversario, nella mia mente si mischiano a certi interludi musicali, alle più celebri overture. Un altro tempo, queste gesta avrebbero avuto i loro poeti a cantarli in versi che avrebbero richiamato ogni colpo con i loro ictus. Oggi hanno persone che le condividono sui social, giornalisti che li spalmano nelle loro prosette strizzando l’occhio a un probabile pubblico medio.
Io cerco di farli miei, di ricopiarne la mimica. Come un bambino, imparo a camminare guardando i grandi. Gattonando, cadendo, piangendo, poi riprovandoci].
Ma anche un bambino. Un bambino incastrato nel pozzo dell’infanzia, la cui voce echeggia nei sogni e negli incubi, nelle lunghe camminate o quando inizio a sentire il respiro cambiare densità e farsi regolare, più pesante, dopo pochi secondi che la maschera da scherma è diventata un secondo volto, il secondo volto. Ma anche, attacco senza preludio, qui preceduto da quanto Dylan Thomas diceva della popolazione ad abitarlo: Dentro di me albergano una bestia, un angelo e un pazzo. Ma in me, scrivente e autore di queste riflessioni, anche un bambino. Molti miei affetti sono costellati da nascituri, da bambini, e non avendone messi al mondo, contribuito a metterli al mondo – per essere più precisi, non avendo, insomma, adempito al dovere biologico che conferma la teoria dell’evoluzione, io non posso che tentare di diventare Io stesso la mia creatura. Due volte io nello stesso periodo è una red flag che mi allontanerebbe seduta stante da qualsiasi interlocutore, invece diventa il perno della riflessione, l’io succeduto da un Io, un junior ma maiuscolo, una nuova creatura che coltivo nel mio corpo, a cui affido nome e cognome, la mia identità e ciò che non sono mai stato – una promessa. Un Io junior nella tradizione americana del Nome Cognome II, del Nome Cognome III, il dovere narcisistico di caricare un essere umano nuovo non solo del cognome ma anche del proprio, ovvero del nome, come un’ammonizione biblica, un ‘non esisterai al di fuori della mia ombra’! Non avendo dato un domicilio filosofico al sentimento clochard, viandante, del desiderio di paternità, che non so ancora se sia endogeno o esogeno, lo provo su di me. Diventerò mio figlio e sarò mio padre. Affiderò al nuovo me nuove pupille, una nuova vita, un corpo rimodellato, forgiato su allenamenti duri, su ferite ed ematomi. A colmarmi sarà una riscrittura del corpo, e di conseguenza di quanto chiamiamo mondo interiore. Prossimo agli -anta, orfano di eredi, l’unica possibilità che rimane è quella di sdoppiarsi, essere il padre insufficiente del figlio-sé che verrà a breve, del figlio che andrà a combattere, entrambi coincidenti nella prima persona singolare, come nell’esercizio della coscienza, della colpa, le figure dell’accusa e dell’imputato. Tra pochi mesi non giocherò più a impersonificare da solo accusa e imputato, padre e figlio ma di fronte a me ci sarà un’altra persona mascherata, che tramite l’esercizio della violenza dicono contribuirà alla mia crescita personale, umana, intellettuale. Così almeno ho inteso.
Nei Dog Brothers funziona che ci si presenta una mezz’ora o più prima dei combattimenti, ci si scalda, si sceglie avversario e arma, si chiacchiera si ride insieme, poi si combatte. Altre volte si scrive nei gruppi social, o si sceglie l’avversario con cui si andava più d’accordo in qualche seminario. Spesso è il tuo istruttore che te lo suggerisce. Di qualsiasi scelta si tratti, nel migliore e peggiore dei casi – ancora poli opposti coincidenti! – è qualcuno che, messa la maschera, avrà come primo obiettivo quello di fracassarti, massacrarti e tu altrettanto, messa la maschera, dovrai fargli male, fracassarlo, cercare di massacrarlo. L’unica regola di questa assurda arte marziale, regola ricordata a ogni speech prima dei combattimenti, è essere amici alla fine della giornata. L’altro sarà come te, con la stessa voglia di mettersi in gioco, la stessa volontà di difendersi e attaccare, le stesse paure. Ricordarselo: le stesse paure. Per me diventare l’avversario significa mettersi al suo posto. Nella vita si tende a sopravvalutare la forza del nemico. Questo scrive Miyamoto Musashi, portando a esempio un ladro che, colto in fragrante, braccato, si pensa sia pericoloso invece, mettendosi al posto suo, con tutti contro, non potrà che essere terrorizzato. Così Musashi consiglia di vedere con i suoi occhi, pensare con la sua mente, sentire con le sue paure. Essere l’avversario, ogni avversario, dice, per poter vincere. È una prospettiva semplice, banale, ma estremamente efficace, prospettiva che mi è stata utile anche nella vita, soprattutto nella vita, in particolar modo al lavoro, nelle relazioni orizzontali tra colleghi, o quelle verticali con responsabili e superiori di grado.
In situazioni di conflitto, di qualsiasi tipo e in qualsiasi circostanza, non posso pensare con la mia testa, procedere con i miei valori. Dire eh ma io farei così, io non farei così. Al-posto-suo-io è una formula disinnescata, pericolosa: non si capisce l’altro perché si vede soltanto l’Io condizionale, l’elefante tra sé e l’altro, la palla medica tra i due elementi; si guarda l’altro incrociando gli occhi e si vede la propria sagoma, quello che si farebbe, che si penserebbe. Ed è la funivia verso il lamento, oltre a occludere la conoscenza di sistemi diversi dal proprio perché la maggior parte delle persone, una volta colto l’algoritmo familiare, psicologico, comportamentale che li guida, se si affina lo sguardo lo stesso algoritmo viene applicato ovunque, in ogni situazione. Sono, in definitiva, decifrabili con quanto viene chiamata psicologia da bar. È uno dei motivi per cui l’umanità che mi circonda nel quotidiano non mi stupisce più – quantomeno in positivo. Essendo le arti marziali un dialogo attraverso il codice della violenza, una relazione strutturata sul conflitto fisico, diventare l’altro è annoverata tra le pratiche obbligatorie negli allenamenti, sia da soli che in coppia (o gruppo). Se l’istruttore dà una linea guida sugli angoli di attacco, è fondamentale conoscere la dinamica dell’altro, la sua inclinazione, velocità, forza, pure in situazioni “controllate”, per non farsi male – questo se si è in difesa; ma, quasi sempre, poi l’esercizio continua nell’inversione di ruolo. Idem nei drill (ripetizione di tecniche), sia in coppia che immaginando la presenza dell’altro. Nella pratica di shadow boxing o quella dello shadow stick fighting si combatte come se l’avversario ci fosse. Ci si immedesima non nell’altro ma nel sé relazionato all’altro; ci si “sdoppia” perché l’allenamento sia efficace. Certo, nella realtà e verità del combattimento questa pratica diventa estremamente difficile, per non dire quasi impossibile, se non si è dei navigati professionisti. Alle prime non si ragiona lucidamente, immedesimarsi è un’impresa ardua. Si ha paura, si ha una paura bestia e che anche l’altro abbia paura non lenisce la propria. Ho paura anche io già adesso, ogni volta che chiudo gli occhi e mi penso a varcare la soglia del combattimento con qualcuno di grosso, spietato. Sento il cuore accelerare lo sforzo, il respiro salire verso la gola. Paura, d’altronde, dicono essere la parola più frequente nella Bibbia. Come faccio a dire a mia madre che ho paura?
Biblografia
Musashi M., Il libro dei cinque anelli, Milano, Feltrinelli, 2020

